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Il primo romanzo di Mancio M. Ruggiero

Il Primo Maggio dei Litfiba: Piero Pelù "scuote" Roma tra rock e impegno civile, finalmente una presa di posizione da Concertone. Finalmente un po' di dignità.



​Dagli affondi sul fascismo alla bandiera di Gaza: il "diablo" riscatta il Concertone con un set durissimo che mette nel mirino Trump e il neocolonialismo


diMancio  

ROMA – Se il Concertone del Primo Maggio 2026 doveva avere un’anima, quell’anima ha avuto i riccioli ribelli e la voce graffiante di Piero Pelù

Sul palco del Circo Massimo, i Litfiba non si sono limitati a suonare; hanno letteralmente "fatto la voce grossa", trascinando la piazza in un vortice di rock purissimo e messaggi politici che non hanno lasciato spazio a interpretazioni o ambiguità.

​Il ritorno alle origini: la lezione di "17 Re"

​La band fiorentina è arrivata a Roma nel pieno di un tour che celebra la ripubblicazione del capolavoro "17 Re", un disco che oggi, a quarant'anni di distanza, suona più attuale che mai. 

Una scaletta che ha permesso ai fan della vecchia guardia di ritrovare i "veri" Litfiba e ai più giovani di scoprire una potenza sonora e testuale che rischiava di andare perduta. 

Ma è tra un pezzo e l'altro che Pelù ha deciso di "menare mazzate", attaccando frontalmente l'assuefazione allo "schifo" che ci circonda.

​L’affondo su Mussolini: "Un morto sul lavoro sanguinario"

​Uno dei momenti più intensi e taglienti della giornata è stato l'affondo su Benito Mussolini
Dopo un'introduzione che ha ripercorso le nefandezze del regime, Pelù ha gelato la piazza con una definizione geniale e provocatoria: 

“Mentre scappava travestito da soldato tedesco, Mussolini fu scoperto dai partigiani e fucilato: Benito Mussolini è un morto sul lavoro, ma è un morto sanguinario e traditore.”

​Una frase che ha risuonato come uno schiaffo a chi, ancora oggi, farnetica di "pacificazione" o tenta una parificazione storica impossibile, rimettendo al centro il valore indiscutibile della Resistenza.

​Da Trump a Gaza: il grido per la Palestina

​Il leader dei Litfiba non ha risparmiato nessuno. 
Nel mirino sono finiti l'"uomo arancione" (Donald Trump), le politiche neocoloniali e la gestione dei conflitti internazionali. 
Particolarmente preziosa è stata la riflessione sui genocidi della storia: dai nativi americani agli armeni, dall'Olocausto nei campi di sterminio fino alla tragedia attuale in Medio Oriente.

“In Palestina è in atto il genocidio del popolo palestinese, sotto i nostri occhi in tempo reale”, ha urlato Pelù, invitando a non distogliere lo sguardo da Gaza e a sostenere le Ong e la Global Sumud Flotilla

Il grido finale “Palestina libera!” è esploso proprio mentre la band attaccava le note di "Tex", brano simbolo sulla libertà negata ("Che cazzo dici, la nostra libertà... noi ce l'avevamo già").

​Il riscatto del Concertone

​In una giornata spesso segnata da retorica e messaggi edulcorati, Piero Pelù ha pronunciato le uniche parole nette, chiare e necessarie. 

Mentre altri artisti sembrano quasi aver paura di pronunciare la parola "partigiano" (che figura di merda), Pelù ha rivendicato l'orgoglio della lotta di liberazione, riscattando da solo l'intera kermesse romana.

​Una performance che conferma come il rock, quando ha qualcosa da dire, rimanga l'arma più affilata contro il silenzio e l'indifferenza. 

Grazie Piero, ancora una volta, per aver rimesso i puntini sulle "i".

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