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Fondi UE, verdetto d'appello a Parigi: condanna a 3 anni per Marine Le Pen, ma la corsa all'Eliseo 2027 resta salva



La leader dell'estrema destra francese giudicata colpevole di appropriazione indebita per il caso degli assistenti parlamentari. Nonostante l'interdizione dai pubblici uffici, i meccanismi della pena le consentiranno di ricandidarsi alla presidenza.


di: Mancio  

PARIGI (Francia) – La Corte d'Appello di Parigi ha confermato in secondo grado la condanna nei confronti di Marine Le Pen, figura di vertice dell'ultradestra francese, ponendo una pietra miliare giudiziaria sul pesante scandalo degli assistenti del Front National al Parlamento Europeo. 
I giudici d'appello hanno ribadito la straordinaria gravità dei fatti contestati, che vedono il partito e la sua leader al centro di un sistema strutturato di appropriazione indebita di fondi comunitari.

Al di là del profilo strettamente giudiziario, la sentenza fa emergere una profonda contraddizione politica: la leader che per decenni ha edificato la propria scalata elettorale su una retorica ferocemente antieuropeista e sovranista è stata ritenuta colpevole di aver sottratto ingenti risorse economiche proprio a quelle istituzioni di Bruxelles che ha sempre avversato.

Le cifre e i dettagli della sentenza

Il cuore dell'inchiesta copre un arco temporale molto ampio, compreso tra il 2004 e il 2016. 
Secondo quanto accertato dai magistrati, i soldi pubblici sottratti ai contribuenti francesi ed europei ammontano alla cifra monustre di oltre 4,6 milioni di euro
Risorse che, anziché retribuire il reale lavoro degli assistenti all'europarlamento, venivano dirottate per finanziare la macchina organizzativa e il personale del partito a livello nazionale.

I giudici d'appello hanno rimodulato la pena stabilendo:

  • 3 anni di reclusione, di cui due coperti da sospensione condizionale e uno da espiare in regime di detenzione domiciliare con l'obbligo del braccialetto elettronico.

  • 45 mesi di interdizione dai pubblici uffici (ineleggibilità).

  • Una sanzione pecuniaria di 100.000 euro.

Il paradosso politico: la candidatura per il 2027 è salva

In un contesto democratico ordinario, un verdetto di tale portata e una sanzione di ineleggibilità così netta sarebbero stati sufficienti a decretare l'immediata uscita della leader dalla scena pubblica e istituzionale. 
Tuttavia, la complessa architettura giuridica della sentenza ha generato un vero e proprio paradosso.

Grazie all'applicazione di 30 mesi di sospensione condizionale sulla pena accessoria dell'ineleggibilità, combinati con i 15 mesi considerati come già scontati, Marine Le Pen eviterà l'esclusione immediata dai seggi. 
Il dato politico di maggior rilievo è proprio questo: la leader dell'estrema destra francese potrà regolarmente presentarsi come candidata alle elezioni presidenziali per l'Eliseo nel 2027.

La strategia del "martirio" giudiziario

Un meccanismo che, per dinamiche e narrazione, evoca scenari politici ben noti anche in altri contesti europei e internazionali, dove leader travolti da inchieste giudiziarie scelgono di non ritirarsi, ma di rilanciare la sfida trasformando le aule di tribunale in tribune elettorali. 
Praticamente come in Italia più volte. 
Berlusconi, certo, Salvini, ma anche tanti altri....
Il Governo che voleva mettere i giudici "a parcheggio" con un referendum, ma potrei continuare....

ma, una volta tanto pensiamo alla Francia.
Con ogni probabilità, infatti, Le Pen utilizzerà la campagna elettorale verso il 2027 per accreditarsi davanti al proprio elettorato come una "martire" politica, vittima di una presunta magistratura politicizzata o di ipotetici "giudici comunisti".

Se da un lato la leader del Rassemblement National riesce a salvare la propria agibilità politica immediata – schivando una fine politica totale che molti avversari riterrebbero l'unico esito logico di fronte a una simile condanna per furto di denaro pubblico – dall'altro il peso del verdetto resta insindacabile. 

La condanna di secondo grado rappresenta una macchia indelebile sulla sua reputazione e la certificazione penale di una condotta gravissima che graverà per sempre sulla sua storia personale e politica.

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