di: Mancio
Quello che si è consumato nelle ultime ore non è solo un capitolo di guerra, ma un vero e proprio oltraggio all’umanità.
In un momento in cui il pianeta intero tratteneva il respiro per l'annunciata "devastazione totale", la realtà ha superato l’incubo, rivelando il volto più crudo della ferocia di Benjamin Netanyahu e l'imbarazzante fragilità politica di Donald Trump.
La strage nell'ora della tregua
Mentre la diplomazia internazionale tentava di cucire uno strappo che pareva definitivo, il governo israeliano ha deciso di agire con una violenza che definire "schifosa" è un eufemismo.
Netanyahu, in un crescendo di disprezzo per la vita umana che ha ormai triplicato ogni precedente limite, ha ordinato un attacco senza precedenti sul Libano.
In soli dieci minuti, quasi 200 bombe si sono abbattute sul territorio libanese, falciando oltre 100 vite civili e ferendone centinaia.
Non c’è stato rispetto per nulla: sono stati colpiti cimiteri e, in un atto di sfida aperta alla comunità internazionale, è stato preso di mira persino un convoglio italiano dell'Unifil.
Solo il caso ha evitato una strage di soldati impegnati in missione di pace.
Israele ha deciso arbitrariamente che il Libano non facesse parte della tregua, agendo con l'impunità di chi si sente al di sopra di ogni vincolo morale e legale.
Il "penultimatum" di Trump: una ritirata umiliante
La cornice politica di questo massacro è altrettanto grottesca.
Eravamo partiti dalle dichiarazioni apocalittiche di Donald Trump su Truth: “Stanotte un’intera civiltà morirà”.
Un’affermazione da caso psichiatrico più che politico, eppure lo stesso uomo che evocava la fine dell'Iran è colui che la nostra Premier, Giorgia Meloni, ha indicato come possibile Premio Nobel per la Pace.
Ma alla mezzanotte e 34, la montagna ha partorito il più classico dei topi.
Con un voltafaccia plateale, Trump ha firmato un cessate il fuoco di due settimane che la TV di Stato iraniana non ha esitato a definire una “ritirata umiliante”. Washington ha accettato quasi tutte le condizioni di Teheran:
- Fine immediata dei bombardamenti in Iran e Libano.
- Revoca delle sanzioni.
- Cessazione delle ostilità contro gli alleati regionali dell'Iran.
- In cambio, la sola riapertura dello Stretto di Hormuz, condizionata però a un salatissimo pedaggio.
Trump, incapace di gestire il fango in cui si è cacciato, ha svenduto la posizione americana pur di potersi dichiarare "pacificatore". È la tragedia di un uomo ridicolo che tiene il mondo in ostaggio dei suoi deliri.
Il silenzio dei complici e la voce di Madrid
In questo scenario, il silenzio dell'Italia e di gran parte dell'Europa è assordante.
Mentre la destra italiana si lancia in peana per un Trump che avrebbe "salvato il mondo", dimenticando che è stato lui stesso ad appiccare l'incendio, l'unica voce di dignità arriva da Madrid.
Pedro Sánchez ha raggelato gli entusiasmi facili, mettendo i puntini sulle i: “Non applaudirò chi dà fuoco al mondo solo perché si presenta con un secchio d’acqua”.
Il premier spagnolo ha ricordato che un sollievo momentaneo non cancella il caos e le vite perdute.
È l'unico, nel panorama dei leader occidentali, ad aver avuto il coraggio di denunciare la violazione della legalità internazionale.
Una chiamata alla giustizia
Non possiamo più limitarci alle frasi di circostanza.
Di fronte a due anni e mezzo di quello che molti definiscono ormai un genocidio sistematico, la comunità internazionale è rimasta muta.
Netanyahu va fermato: non è più una questione di schieramenti, ma di dignità umana.
Chi oggi non prende posizione, chi non vede la follia omicida in atto, si rende complice.
Noi non tacciamo.
Noi non dimentichiamo.
Il chiodo fisso rimane uno solo:
la giustizia per le vittime e la fine di questo delirio criminale che minaccia di annientare non una civiltà, ma il concetto stesso di umanità.
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