Dalla provocazione di Gravina alla risposta virale di Tamberi, fino all’assurda tesi di Bocchino: la crisi del calcio italiano diventa un caso nazionale.
di: Mancio
L'esclusione dell’Italia dai prossimi Mondiali di calcio non è più una notizia, ma una ferita aperta che continua a spurgare veleni, polemiche e, purtroppo, dichiarazioni ai limiti del grottesco.
Purtroppo c'è un fatto certo che tutti hanno analizzato ed anche qui su Manciolandia è uscito l'articolo:
Che ha riportato quanto accaduto martedì sera.
Dopo il tracollo contro la Bosnia, che ha sancito il terzo fallimento mondiale consecutivo, il panorama sportivo e politico italiano si è trasformato in un palcoscenico di accuse incrociate che spaziano dall’offensivo all'esilarante.
La stoccata di Gravina e la replica dei Campioni
Nonostante il disastro tecnico e gestionale, il numero uno del calcio italiano non solo ha evitato le dimissioni, ma ha gettato benzina sul fuoco con dichiarazioni che hanno sollevato un polverone. Gravina ha tentato di difendere il sistema calcio sostenendo, in sostanza, che mentre il calcio è un’industria complessa e professionistica, gli altri sport vivrebbero in una sorta di bolla "dilettantistica".
Una svalutazione che non è passata inosservata.
"Gimbo" ha pubblicato una foto emblematica dal titolo
“Dilettanti allo sbaraglio”, quella che ho scelto per aprire questo scritto: un fotomontaggio che ritrae i pesi massimi dello sport italiano — da
Jannik Sinner a Kimi Antonelli, da Federica Brignone a Marcell Jacobs, fino allo stesso Tamberi — tutti con la maglia della Nazionale di calcio.
Un modo silenzioso ma potentissimo per ricordare a Gravina che, mentre il calcio affonda, l'Italia che vince e che onora la maglia è proprio quella dei cosiddetti "dilettanti".
Le "ovvietà" istituzionali
Anche la politica ha voluto dire la sua, non sempre con successo.
Il Presidente del Senato,
Ignazio La Russa, si è lanciato in analisi che molti hanno definito banali, se non fuori fuoco.
Tra i suggerimenti più discussi, quello di imporre un limite ai giocatori stranieri nei club per favorire i giovani italiani — una ricetta sentita mille volte che ignora le normative europee e la realtà di un mercato globale, apparendo più come un’ovvietà di circostanza che come una soluzione concreta.
Il "teorema Bocchino": la colpa è della sinistra
Ma se il campo regala amarezze, il talk-show politico regala perle di puro surrealismo.
Il premio per la tesi più audace (e bizzarra) va senza dubbio a Italo Bocchino.
Secondo il direttore del
Secolo d’Italia, la colpa della
Waterloo azzurra non sarebbe da ricercare nei settori giovanili, nei moduli tattici o nella gestione federale, bensì... nella "cultura della sinistra".
Bocchino ha dichiarato senza mezzi termini che la maglia azzurra non è più un sogno perché la sinistra avrebbe ucciso l’identità nazionale, sostituendola con il culto dei soldi, delle Ferrari e delle modelle. Un’analisi che lascia basiti: attribuire i vizi del materialismo e dell'ostentazione — storicamente lontani dall'iconografia della sinistra — al fronte politico opposto appare come un esercizio di equilibrismo logico degno di miglior causa.
La situazione è grave, ma non seria
Tra l’ironia virale di Pinuccio e l’amarezza dei tifosi, resta un quadro desolante.
Da una parte un sistema calcio che si arrocca su posizioni indifendibili, dall'altra una politica che usa il pallone come clava per la propaganda più becera.
Viene in mente la celebre frase di
Ennio Flaiano:
“La situazione è grave, ma non seria”.
Mai come oggi, guardando alla dignità dei nostri campioni olimpici contrapposta alle parole di certi dirigenti e opinionisti, questa massima appare come l'unica fotografia fedele della realtà.
Il calcio italiano è fermo al palo, mentre il resto dello sport — quello vero? — continua a correre.
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