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Il primo romanzo di Mancio M. Ruggiero

L’Italia a due velocità: se il Governo dorme, le Regioni svegliano il lavoro.



Mentre Roma si perde in propaganda e polemiche da varietà, la Campania di Roberto Fico segue l’esempio della Puglia e impone il salario minimo a 9 euro.

di Mancio

​Mentre il panorama politico nazionale sembra avvitato su se stesso, intrappolato in un palinsesto di distrazioni e scivoloni mediatici, c’è un’Italia che decide di non aspettare più. 

Il contrasto è netto, quasi paradossale: da un lato un Governo centrale che sembra ignorare le grandi crisi internazionali — dai conflitti a Gaza alle tensioni sociali negli USA — per concentrarsi su una propaganda costante; dall’altro, amministrazioni locali che tentano di colmare il vuoto con atti di pragmatismo morale.

​Il teatro del "non fare"

​La cronaca politica recente ci restituisce l’immagine di un esecutivo spesso impegnato a cavalcare ogni manifestazione per giustificare provvedimenti giudiziari talvolta talmente azzardati da richiedere l'intervento correttivo del Presidente Mattarella

Tra le uscite infelici di Matteo Salvini e le ore spese a discutere della partecipazione (o auto-esclusione) di un comico al Festival di Sanremo, lo spazio per le "cose serie" sembra essersi ridotto al minimo. 

In questo scenario, l’assenza di una strategia nazionale sul potere d'acquisto e sulla dignità salariale è il silenzio che fa più rumore.

​La svolta campana: la prima firma di Roberto Fico

​In questo vuoto pneumatico, il Presidente della Regione Campania, Roberto Fico, ha scelto di partire con il piede giusto. 
Con la sua prima delibera di giunta, ha mantenuto la promessa elettorale: salario minimo a 9 euro l'ora.
Non si tratta solo di una bandiera ideologica, ma di una disposizione operativa immediata. 
In tutte le procedure di gara regionali, nelle Asl e nelle società controllate dalla Regione Campania, sarà obbligatorio garantire una retribuzione non inferiore ai 9 euro lordi. 
Una mossa che mira a cancellare quella zona grigia dove il lavoro smette di essere un diritto e diventa, come sottolineato con forza, una forma di schiavitù moderna.

​Un fronte che cresce: da Sud a Nord

​Fico non è un navigatore solitario. 
La sua mossa si inserisce in un solco già tracciato da altri territori che hanno deciso di esercitare una "supplenza politica" nei confronti dello Stato centrale:
  • La Puglia quando Michele Emiliano era ancora Presidente, quindi prima di Antonio Decaro: È stata la pioniera, approvando una legge regionale sul salario minimo nei contratti pubblici. Nonostante l'impugnazione del Governo, la Corte Costituzionale ha sancito la legittimità di tali provvedimenti, aprendo di fatto la strada a tutti gli altri.
  • La Sardegna e la Toscana: Anche altre amministrazioni di centrosinistra hanno avviato iter simili, creando un asse che attraversa lo stivale per blindare la dignità dei lavoratori coinvolti negli appalti pubblici.

​Un miracolo chiamato normalità

​Quello che dovrebbe essere lo standard minimo in un Paese civile — ovvero non permettere che si lavori per paghe da fame — in Italia viene percepito come un miracolo amministrativo. 

Mentre la coalizione di governo guidata da Giorgia Meloni continua a tenere il dossier sul salario minimo chiuso a doppia mandata in un cassetto, le Regioni stanno dimostrando che, volendo, gli strumenti per agire esistono.

​Il messaggio che arriva dalla Campania è chiaro: la sinistra di governo risponde agli slogan della destra con atti concreti. 

La strada è tracciata, e il precedente della Consulta mette al riparo questa decisione da ritorsioni legali. La politica delle "cose da fare" ha rialzato la testa.

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© Copyright 2013 Mancio Mario Ruggiero

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