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Il primo romanzo di Mancio M. Ruggiero

L'Orgoglio Latino: Messico e Colombia alzano il muro contro il "metodo Trump"



Dalle minacce di invasione alle accuse di narcotraffico: Sheinbaum e Petro rivendicano la sovranità nazionale e mettono a nudo le ipocrisie di Washington.

Di Mancio

​Il continente americano sta vivendo un momento di rottura sismica. 

Da una parte, il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, caratterizzato da una retorica che oscilla tra il neo-imperialismo e la minaccia militare diretta; dall'altra, due leader — Claudia Sheinbaum e Gustavo Petro — che hanno deciso di rispondere colpo su colpo, rivendicando una sovranità che non accetta subordinazioni. 

Non sono solo schermaglie diplomatiche: è lo scontro tra l’unilateralismo di Washington e il diritto all'autodeterminazione del Sud del mondo.

​Messico: La Dottrina Sheinbaum della non-ingerenza

​La Presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, ha risposto alle ventilate ipotesi di interventi militari statunitensi sul suolo messicano (con il pretesto della lotta ai cartelli) con la fermezza di una statista di lungo corso. 
La sua posizione è cristallina: il Messico non è un protettorato.
Sheinbaum ha ricordato che la stabilità dell'America Latina non è mai passata per gli scarponi dei soldati stranieri. 
Al contrario, la storia insegna che l'interventismo ha prodotto solo ferite profonde. 

La Presidente ha ribaltato il tavolo delle responsabilità: se il narcotraffico prospera, è perché gli Stati Uniti forniscono il mercato di sbocco (il consumo di droga) e lo strumento del crimine (il flusso illegale di armi che arrivano dal Nord). 
​"Cooperazione sì, subordinazione no", ha scandito Sheinbaum.

​Un messaggio diretto non solo a Trump, ma anche a quella politica internazionale che vorrebbe il Messico come un semplice esecutore di ordini impartiti dallo Studio Ovale.

​Colombia: Il "Comandante del Popolo" sfida il tycoon

​Se il tono di Sheinbaum è stato istituzionale e fermo, quello di Gustavo Petro è stato monumentale e dirompente. 

Il Presidente colombiano, primo leader di sinistra nella storia del Paese, ha risposto alle accuse di narcotraffico lanciate dall'amministrazione Trump e da figure come Marco Rubio con una difesa appassionata della propria dignità personale e politica.

​Petro ha messo a nudo il paradosso: lui, l'uomo accusato di complicità con i cartelli, è lo stesso che ha ordinato i più grandi sequestri di cocaina della storia e che sta cercando di sradicare il problema alla radice attraverso la sostituzione delle colture illecite.

  • La minaccia della resistenza: Petro ha avvertito che un attacco alla sua presidenza o un'invasione non troverebbero un popolo passivo, ma una nazione pronta a insorgere.
  • L'ordine alle truppe: Con un gesto senza precedenti, ha ordinato ai militari colombiani di restare fedeli alla Costituzione e alla bandiera tricolore, minacciando la rimozione per chiunque preferisca gli interessi di una potenza straniera alla sovranità nazionale.
  • Il contrattacco diplomatico: Petro non si è limitato alla difesa, ma ha accusato Washington di ipocrisia, sottolineando come le sanzioni petrolifere e le politiche di embargo abbiano generato l'esodo migratorio di cui gli USA oggi si lamentano, suggerendo provocatoriamente che, se proprio si devono catturare dei criminali, l'obiettivo dovrebbe essere chi si macchia di genocidio, come Netanyahu, e non i presidenti democraticamente eletti.

​Un monito per l'Europa e l'Italia

​Quello che arriva dal Messico e dalla Colombia è un esempio di "schiena dritta". 
Mentre in Europa e in Italia assistiamo spesso a una politica ridotta a "cheerleading" degli americani, i giganti latini mostrano che la sovranità si difende con i fatti, con la storia e con il rispetto della propria Costituzione.

​Questi leader non stanno solo difendendo i propri confini, stanno ridefinendo i termini del dialogo globale: non più un impero e i suoi satelliti, ma nazioni libere che collaborano su un piano di parità.

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