Dalla brutale aggressione razzista del branco all'omertà del barista, fino al riscatto della Taranto civile scesa in piazza sotto il diluvio per chiedere verità e giustizia.

di: Mancio
TARANTO – Un crimine di una ferocia disumana, che lascia senza fiato non solo per la dinamica, ma per il vuoto valoriale e l'odio cieco in cui è maturato.
La morte di
Bakary Sako, il 35enne cittadino maliano regolare in Italia, ucciso all'alba di sabato mentre si recava al lavoro nei campi, si arricchisce ogni ora di particolari sempre più agghiaccianti.
La dinamica da "Arancia Meccanica" e il rifiuto del soccorso
Bakary si spostava in bicicletta alle 5 del mattino, un lavoratore invisibile che cercava solo di provvedere alla propria famiglia.
Sulla sua strada ha trovato il branco: una gang composta da sei persone, tra cui quattro minorenni di un'età compresa tra i 15 e i 16 anni, e due maggiorenni.
Un gruppo di giovani del posto che, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, vagava per la città alla ricerca di una vittima vulnerabile, individuata unicamente per il colore della pelle.
Prima di scagliarsi contro Sako, il gruppo aveva già preso di mira un altro migrante subsahariano, a conferma di una precisa e inequivocabile matrice razzista.
L'aggressione contro il 35enne è stata un'esecuzione a sangue freddo, condotta con metodi che gli inquirenti non hanno esitato a definire da "
Arancia Meccanica".
Nel disperato tentativo di salvarsi la vita, Bakary ha cercato rifugio all'interno di un bar della zona.
È qui che si consuma uno dei risvolti più drammatici della vicenda: invece di trovare protezione e soccorso, il titolare dell'esercizio lo avrebbe spinto a uscire nuovamente in strada, omettendo persino di allertare le forze dell'ordine.
Un dettaglio terribile confermato dalla Procuratrice capo di Taranto,
Eugenia Pontassuglia, che coordina le indagini.
Se quel telefono avesse squillato, forse Bakary oggi sarebbe ancora vivo.
Lasciato solo al suo destino, il 35enne è stato trascinato fuori, massacrato di botte e infine finito con un oggetto appuntito conficcato nell'addome, abbandonato in una pozza di sangue.
Gli arresti e la figura del "leader"
Le indagini hanno svoltato rapidamente con l'arresto di tutti i componenti della gang.
L'ultimo dei pezzi di merda a finire in manette è stato un ragazzo di 22 anni, uno dei due maggiorenni del gruppo.
Gli inquirenti lo indicano come il capo carismatico della banda, l'elemento trascinatore capace di esercitare la massima influenza sui minorenni e di guidare l'azione punitiva basata sul puro odio razziale.
Le parole della Procuratrice Pontassuglia delineano con spietata lucidità il divario sociale e morale della vicenda:
"Da un lato abbiamo la vita di un ragazzo di 35 anni regolare sul territorio italiano che alle 5 di mattina in bicicletta si stava recando a svolgere un’attività che consentiva di mantenere la sua famiglia e dall’altro lato abbiamo ragazzi di 15-16 anni e un maggiorenne che a quell'ora scorrazzavano per la città alla ricerca della persona da colpire.
E la persona da colpire è la persona vulnerabile, è la persona indifesa, è la persona che nel caso specifico viene individuata nella persona nera.
Non ci sono
decreti sicurezza che tengano, non servono solo pene più severe o nuovi reati, dobbiamo cambiare la cultura, dobbiamo cominciare a pensare che ogni persona ha diritto di vivere ed essere rispettata perché la terra è di tutti".
Le radici dell'odio e l'ipocrisia del dibattito
Questo
omicidio non può essere derubricato a semplice episodio di devianza giovanile o a una tragica fatalità della periferia.
È il frutto avvelenato di anni di
propaganda xenofoba, di campagne politiche deumanizzanti che hanno normalizzato il disprezzo per il migrante e per lo straniero.
Davanti a questa realtà, le lacrime di coccodrillo e la retorica della condanna istituzionale arrivano fuori tempo massimo e suonano come profonda ipocrisia.
L'esemplarità delle condanne penali, per quanto necessaria, non sarà sufficiente se il Paese non avvierà un'analisi profonda sulle radici del razzismo sistemico.
Senza un intervento culturale radicale, il sacrificio di Bakary Sako rischia di ridursi a poche righe di cronaca nera destinate a sbiadire in fretta.
La risposta della Taranto civile
Contro la narrazione di una città indifferente, cinica o schiacciata dall'omertà, Taranto ha saputo reagire con dignità e fermezza.
Nei giorni scorsi, oltre mille persone si sono radunate in piazza per chiedere giustizia.
Sotto una pioggia battente e torrenziale, nessuno ha abbandonato il presidio: cittadini, associazioni, comunità di migranti, gruppi scout e famiglie sono rimasti uniti nel diluvio per gridare il proprio sdegno contro la violenza razzista e contro il silenzio complice.
È da questa piazza bagnata e ferita, ma straordinariamente viva, che Taranto sceglie di ripartire.
Per fare del nome di Bakary Sako un simbolo di riscatto irrinunciabile e per pretendere che una simile barbarie non possa, e non debba, ripetersi mai più.
Commenti