Dalle piazze in fiamme al blackout digitale: perché la lotta per l'autodeterminazione in Iran non accetta compromessi, zone grigie o falsi distinguo politici.
Di Mancio
Le immagini che arrivano da Mashhad, la seconda metropoli dell’Iran, non sono semplici frammenti di cronaca: sono l’estetica di una rivoluzione.
Centinaia di migliaia di persone hanno inondato le strade, sfidando frontalmente il regime degli
Ayatollah, marciando sotto il fuoco dei cecchini e la violenza cieca della polizia.
Quella che è iniziata come una protesta è diventata una presa di posizione epocale di un popolo intero contro un potere che ha perso ogni barlume di umanità.
Oltre il pane: una rivolta esistenziale
Sebbene il carovita e il collasso delle condizioni materiali siano la miccia, l'esplosivo è il desiderio di libertà.
Gli iraniani — donne e uomini fianco a fianco — non chiedono solo sussidi, ma il
diritto di esistere: studiare, viaggiare, autodeterminarsi.
È una
Resistenza culturale prima ancora che politica, che colpisce al cuore i pilastri di un sistema retrogrado.
La risposta del sangue e il buio digitale
La reazione della
teocrazia è stata, come prevedibile, di una brutalità spaventosa.
I numeri sono agghiaccianti: centinaia di vittime (le stime parlano di oltre 460 morti in pochi giorni) e migliaia di feriti.
Il regime, consapevole della potenza dei
social media, ha risposto con il "
blackout digitale", isolando il Paese dal resto del mondo per impedire ai video della rivolta di diventare virali.
Ma il silenzio forzato della rete non può coprire il fragore della piazza.
Le proteste richiamano lo spirito del movimento "Donna, Vita, Libertà".
Nonostante la repressione si sia inasprita con esecuzioni capitali e arresti di massa, la determinazione della popolazione civile continua a sfidare la legittimità della
Repubblica Islamica, rendendo la situazione costantemente esplosiva.
Senza "se" e senza "ma"
In questo scenario, non c'è spazio per i distinguo o per le analisi geopolitiche a sangue freddo.
Essere democratici oggi significa, necessariamente, stare con il popolo iraniano.
Non importa chi cavalchi la protesta o quali siano le dinamiche internazionali: la linea di demarcazione è netta.
Da una parte gli oppressori, asserragliati in un potere sanguinario; dall'altra gli oppressi che resistono.
La vera identità del progresso
Bisogna essere chiari: chiunque tenti di giustificare o relativizzare questa violenza commette un errore madornale.
Quella non è "sinistra", non è progresso e non è difesa della sovranità.
È complicità con un sistema liberticida.
Stare dalla parte della libertà e dei diritti è un imperativo che vale sempre e ovunque, senza zone grigie.
Ogni cellula di chi crede nella libertà deve vibrare all'unisono con quei ragazzi e quelle ragazze che, a volto scoperto, marciano verso il futuro nonostante il piombo.
Non c'è molto altro da aggiungere: la storia sta passando da quelle piazze e noi abbiamo il dovere di sapere da che parte stare.
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