Affluenza record per la storica sconfitta del leader di Fidesz: Peter Magyar guida la riscossa europeista mentre si sgretola l'asse internazionale delle destre radicali.
di: Mancio
L’Europa si è svegliata con un volto nuovo.
Dopo sedici anni di potere incontrastato, il sistema di potere di
Viktor Orbán è stato travolto da un’ondata democratica senza precedenti.
Quella che sembrava una roccaforte inespugnabile è caduta sotto i colpi di un’affluenza alle urne mai vista prima, segnando la fine di quella che molti definivano la "sciagura" politica del secolo per il continente.
Il terremoto Magyar: il "male minore" che ha sconfitto il satrapo
A guidare questa storica transizione non è un leader della sinistra tradizionale o un progressista d'area, bensì
Peter Magyar.
Pur non essendo un profilo ideologicamente vicino alle posizioni liberali, Magyar ha saputo interpretare il desiderio di normalità e di europeismo di un popolo stanco di isolamento e derive autoritarie.
La sua vittoria a maggioranza assoluta rappresenta oggi il ritorno dello
Stato di diritto in un Paese che per decenni è stato considerato una "semi-dittatura" nel cuore dell'Unione.
La caduta di Orbán non è solo un fatto locale.
Crolla l'icona di una destra estrema, accusata di essere regressiva, misogina e omofoba.
La democrazia ungherese ha vinto nonostante le ombre di
brogli denunciate durante la campagna elettorale, riaccendendo la speranza in un'Europa che abbatte i muri anziché alzarli.
L'effetto domino: il silenzio dei "sovranisti di casa nostra"
Mentre a Budapest si festeggia la liberazione, a Roma e nelle altre capitali del
sovranismo cala un silenzio imbarazzato.
È difficile oggi rinnegare anni di vicinanza esibita. Ricordiamo i video di sostegno, i viaggi diplomatici e gli "spottoni" elettorali di gennaio, quando Meloni e Salvini celebravano le radici cristiane e il sovranismo accanto a figure come
Marine Le Pen,
Santiago Abascal e i vertici di
AfD.
Non è bastata nemmeno l'ultima mossa di Matteo Salvini, volato a Budapest solo una settimana fa insieme al Vicepresidente USA
J.D. Vance (braccio destro di Trump) per tentare di blindare il consenso di Orbán.
Il risultato è stato un fallimento totale: una disfatta che colpisce l'intera galassia dell'
anti-europeismo, smentendo la narrazione di un'invincibilità della destra radicale.
La fine di un incubo: Ilaria Salis è libera
In questo clima di rinnovamento, arriva la notizia che chiude definitivamente una delle pagine più buie dei rapporti tra Italia e Ungheria:
la fine dell'incubo giudiziario per Ilaria Salis.
Dopo anni segnati da detenzioni durissime, trattamenti degradanti e violazioni dei diritti fondamentali, il tribunale ungherese ha riconosciuto l'
immunità parlamentare europea, ponendo fine a un processo che aveva il sapore della persecuzione politica.
La chiusura del caso Salis non è una concessione benevola del sistema ungherese, ma il trionfo della
legalità internazionale su un sistema che usava i ceppi ai piedi per processare gli antifascisti.
Una "coincidenza fortunata" che vede, nello stesso arco di 24 ore, l'uscita di scena dell'oppressore e la liberazione dell'oppressa.
Un nuovo vento per l'Europa
L'Ungheria non diventerà una democrazia perfetta dall'oggi al domani, e Magyar non è necessariamente il candidato ideale per tutti, ma la rimozione del peggior leader anti-europeista della storia moderna è un fatto che cambia gli equilibri del continente.
Oggi l'Europa respira un'aria di normalità.
La speranza è che questo vento continui a soffiare, spazzando via le retoriche d'odio e riportando al centro i valori del diritto e della dignità umana.
Un grande giorno per i cinque milioni di ungheresi che hanno scelto il cambiamento, un grande giorno per Ilaria Salis, un grande giorno per tutti noi.
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