Bisogna agire, non serve dire solo basta e devono farlo le istituzioni, non servono solamente le proteste del popolo, almeno la parte pensante.
Ritorniamo a parlare dell'ultima illegale, illegittima, porcata di Israele che non è Nemmeno la peggiore, visto il curriculum da criminali conclamati che il governo israeliano si guadagna ogni giorno sul campo.
L’abbordaggio e la notte del terrore: spari e violenze in acque internazionali
L'operazione delle forze di difesa israeliane si è consumata in acque internazionali, violando apertamente il
diritto marittimo e la sovranità dei paesi di provenienza degli attivisti.
Le testimonianze, i video registrati prima del blackout comunicativo e le immagini trapelate descrivono scene di inaudita violenza.
La flotta umanitaria, che viaggiava pacificamente per tentare di rompere l'assedio illegale e portare aiuti e solidarietà alla popolazione di Gaza, è stata bersagliata dall'esercito con il fuoco di proiettili di gomma (
rubber bullets).
Fortunatamente non si sono registrati feriti da arma da fuoco, ma l'azione si è rapidamente trasformata in un bollettino di abusi: attivisti trascinati per i capelli, deportazioni coatte, spari di avvertimento e il sequestro di centinaia di civili.
Una volta sotto il controllo dei militari, la situazione è degenerata in forme di sadismo fisico e psicologico. Gli ostaggi sono stati sbeffeggiati, umiliati e costretti a rimanere in ginocchio per ore ad ascoltare l'inno nazionale israeliano.
Una condotta degradante avallata e orchestrata, secondo le denunce, dai vertici politici israeliani e dal ministro della Sicurezza Nazionale
Itamar Ben-Gvir in persona, noto fanatico estremista che gestisce la detenzione dei prigionieri con logiche di pura sopraffazione.
Il sequestro del deputato italiano Dario Carotenuto
Tra i 500 attivisti internazionali provenienti da 35 diverse nazioni figurano 29 cittadini italiani.
Intorno alle ore 19:00 del giorno dell'assalto, ogni contatto radio e telefonico con Carotenuto e con l'imbarcazione si è interrotto.
Prima del sequestro, il parlamentare è riuscito a registrare un videomessaggio-testamento della missione, le cui parole suonano oggi come un atto d'accusa formale:
"Ciao, sono Dario Carotenuto e, se stai guardando questo video, è perché le forze militari israeliane ci hanno rapito in acque internazionali.
La nostra era una missione umanitaria, finalizzata a interrompere questo blocco illegale e cercare di portare a Gaza aiuti umanitari e parole di solidarietà. Non ci siamo riusciti, quindi, è ancora più importante che questo messaggio di pace arrivi a tutti e che il mondo sia informato di quanto sta accadendo in Palestina.
È importante che voi diffondiate queste nostre denunce per tentare di fermare la guerra, i massacri e il genocidio in atto a Gaza".
Il sequestro di un parlamentare in carica non è solo un atto di violenza privata, ma uno sfregio diretto allo Stato italiano e alle sue istituzioni, un limite oltre il quale Tel Aviv ha dimostrato di non volersi fermare davanti a nulla.
Il coraggio di Madrid e la vergognosa timidezza iniziale di Roma
Nelle prime ore successive all'attacco, lo scenario diplomatico europeo ha mostrato una frattura abissale.
L'unico leader europeo ad alzarsi in piedi, a non arretrare di un millimetro e a chiamare le cose con il loro nome — "pirateria internazionale" — è stato (tanto per cambiare) il premier spagnolo
Pedro Sánchez.
"Non avete alcun diritto di trattenere gli attivisti: liberateli subito!", è stato il diktat iberico.
Al contrario, la prima reazione dell'
Italia è stata segnata (anche qui, tanto per cambiare) da un silenzio assordante e complice.
Una differenza d'azione e di dignità politica rispetto alla Spagna che ha suscitato profonda vergogna nei cittadini italiani.
La girandola diplomatica e il tardivo "risveglio" di Giorgia Meloni
Solo in un secondo momento, sotto la pressione insostenibile di foto, video, interviste e prove multimediali che rimbalzavano sui media globali, il governo italiano si è visto costretto ad alzare la voce. Di fronte all'evidenza dell'orrore, anche la Presidenza del Consiglio e la Farnesina hanno dovuto abbandonare la linea del silenzio.
Nelle ultime ore, secondo le indiscrezioni e le note ufficiali, anche Giorgia Meloni sembra essersi improvvisamente accorta della realtà: "Israele sta calpestando il diritto internazionale e i diritti umani, dimostrando di non comportarsi come una democrazia liberale".
Anche Palazzo Chigi ha dovuto riconoscere il ruolo di Ben-Gvir come quello di un pericoloso fanatico e ha preteso le scuse ufficiali da Tel Aviv per le scene immonde subite dai nostri connazionali.
Tuttavia, questo ravvedimento appare a molti tardivo, ipocrita e di pura convenienza politica.
Ci sono voluti tre anni di conflitto, massacri e ben tre spedizioni della Flotilla affinché l'esecutivo italiano aprisse gli occhi.
Nel frattempo, per trentasei mesi, la Presidenza del Consiglio è rimasta inerte di fronte a quello che viene denunciato come un vero e proprio genocidio, liquidando i partecipanti della prima Flotilla come semplici "provocatori".
La complicità strutturale: armi, economia e retorica
Le scuse pretese oggi dal governo Meloni rappresentano il minimo sindacale, ma non cancellano le responsabilità politiche accumulate finora.
Se i cooperanti della Global Sumud sono stati abbordati, intimiditi con le armi, arrestati e umiliati in ginocchio, è anche perché per anni i vertici politici italiani hanno evitato qualsiasi condanna esplicita nei confronti di uno Stato colonizzatore.
L'esecutivo italiano ha sdoganato e legittimato implicitamente queste condotte violente, continuando a fornire a Israele sostegno politico, economico e militare.
Fino a ieri, chiunque osasse sollevare critiche documentate contro le operazioni israeliane veniva bollato dalla propaganda governativa come estremista, provocatore "pro-Pal" o agitatore politico il cui unico obiettivo era far cadere il governo Meloni.
Oggi, un semplice tweet di condanna o la formale convocazione dell'ambasciatore israeliano non possono bastare.
Se il governo non trova la dignità di imporre sanzioni concrete, interrompendo ogni canale commerciale, economico e militare con Israele, queste proteste rimarranno parole al vento.
Bisogna spezzare l'economia bellica che tiene in piedi l'esecutivo di Netanyahu, altrimenti la diplomazia italiana continuerà a pagare un prezzo umano incalcolabile in nome del calcolo politico.
Un patto col diavolo: l'appello per un'Italia democratica
Nel 2026 non è più tollerabile che uno Stato agisca al di fuori di ogni regola internazionale, calpestando la vocazione pacifica che il popolo italiano ha costruito e difeso dalla nascita della sua Repubblica.
Chi sceglie la via della guerra e della sopraffazione stringe un patto col diavolo senza ritorno.
L'opinione pubblica e l'Italia democratica si rivolgono direttamente a Giorgia Meloni, al ministro della Difesa Guido Crosetto e al ministro degli Esteri Antonio Tajani: servono fatti e decisioni drastiche, non dichiarazioni di facciata.
La democrazia italiana deve separarsi nettamente, senza "se" e senza "ma", dalle azioni e dall'ideologia violenta di
Benjamin Netanyahu.
È necessario prendere le distanze da questa violenza inaudita anche per una responsabilità pedagogica verso le nuove generazioni.
Lasciare impunito un simile atto di pirateria significa far passare nelle menti dei nostri figli il messaggio che la legge del più forte, il denaro e le armi autorizzino a colonizzare, usurpare e calpestare i diritti altrui senza pagarne le conseguenze.
I governi hanno il dovere morale di dire basta e di agire con sanzioni pesanti affinché la
legalità internazionale venga ripristinata.
Insomma i criminali che governano Israele vanno isolati, fermati, arrestati e condannati.
Non servirà a riparare a tutte le porcate fatte, ma a prevenire quelle future.
Purtroppo al momento è un sogno pensare che questi criminali possano pagare per le loro malefatte, ma a me piace sognare.....
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