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Il primo romanzo di Mancio M. Ruggiero

Il perdono oltre il sangue: la lezione della professoressa accoltellata, Chiara Mocchi che interroga la scuola italiana.

 


​Dopo l'accoltellamento a Trescore, la docente rompe il silenzio con una lettera di gratitudine e speranza, rifiutando la rabbia e chiedendo alle istituzioni di non lasciare soli insegnanti e ragazzi.


diMancio

​La cronaca recente ci ha consegnato un’immagine che vorremmo appartenesse solo a contesti di guerra o a finzioni cinematografiche: il corridoio di una scuola media, quella di Trescore Balneario (Bergamo), trasformato in scena del crimine. 

Qui, Chiara Mocchi, 57 anni, insegnante di francese stimata e appassionata, è stata raggiunta dai fendenti di un suo studente di appena 13 anni. 
Un attacco alla gola e all'addome che solo per una questione di millimetri e per la prontezza dei soccorsi non si è trasformato in tragedia irreparabile.

​Oltre il "raptus": una responsabilità politica e sociale

​Non possiamo limitarci a archiviare l'accaduto come l'episodio isolato di un singolo "folle". 
Questa vicenda è il sintomo di un malessere profondo che vede i docenti in prima linea, spesso privi di strumenti adeguati, a gestire nodi psicologici e disciplinari che esorbitano dalle loro competenze. 
È un campanello d'allarme per la politica e per chi gestisce l'istruzione: la sicurezza e il supporto psicologico nelle scuole non possono più essere considerati dei "optional", ma necessità primarie per proteggere chi la scuola la vive ogni giorno.

​Le parole della professoressa: "La mia vita è un dono che non sprecherò"

​Nonostante il trauma e le ferite fisiche ancora fresche, Chiara Mocchi ha voluto affidare al suo legale, l'avvocato Angelo Lino Murtas, una lettera dettata con voce flebile ma spirito incrollabile. Le sue parole sono un inno all'umanità che resiste alla barbarie.

La Lettera Integrale di Chiara Mocchi

​“A tutti voi, adorati alunni, colleghi, genitori, soccorritori, personale sanitario, autorità, forze dell’ordine, familiari, giornalisti, e persone che mi avete circondato da subito di affetto e solidarietà. Sto dettando queste poche righe con la voce ancora flebile, al mio legale, ma con il cuore colmo di gratitudine.

​Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande, né che avrei attraversato una prova così profonda. Eppure eccomi qui, ancora viva. E questo lo devo a molti di voi. In un attimo, un gesto improvviso e incomprensibile ha spezzato la quotidianità della scuola, trasformando una mattina come tante in un incubo. Quelle coltellate sul mio collo e sul mio torace avrebbero potuto fermare il mio cammino per sempre. So che addirittura la scena è stata ripresa via cellulare, è stata drammatica quanto irreale. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare.

​Ma subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità.

​Ai colleghi che sono intervenuti senza alcuna esitazione, rischiando personalmente per mettermi in salvo: il vostro sangue freddo e la vostra forza hanno creato una barriera tra me e la morte. Agli studenti che hanno gridato aiuto, che hanno pianto, che si sono spaventati e hanno visto qualcosa che nessuno dovrebbe vedere a tredici anni: sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore, ma solo desiderio di rivedervi crescere sereni e protetti.

​Al personale dell’elisoccorso, che ha bloccato un’emorragia devastante, che ha lottato contro il tempo, che mi ha restituito un battito stabile con una lunga trasfusione, mentre la linfa della vita usciva dalle mie ferite: non dimenticherò mai le vostre mani ferme e la vostra calma. Ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari che mi hanno accolto, curato e operato con una delicatezza che va oltre il dovere: siete stati famiglia. Alle forze dell’ordine e alle autorità, presenti subito, attente, rispettose, che hanno messo ordine nel caos e garantito sicurezza a tutti. A mio fratello Giampaolo, che ha tremato, pregato, vegliato accanto a me senza mai perdere la speranza. All’avvocato Angelo Lino Murtas, che mi sta accompagnando con sensibilità e competenza in un percorso che non avrei mai immaginato di dover affrontare.

​Ai genitori, che mi scrivono, che mi abbracciano anche se solo da lontano, che hanno raccontato ai propri figli il valore dell’empatia e della vita.

​A chiunque mi sta mandando messaggi, preghiere, pensieri, anche senza conoscermi: li ho sentiti arrivare tutti, uno per uno, come fili che mi hanno ricucito l’anima. Oggi sono ancora debole, la voce è un soffio, il corpo ha ferite profonde ancora fresche. Ma il mio spirito è vivo. E questa vita è un dono che non sprecherò.

​So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio. Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi, studiate e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura, ma solo e unicamente con coraggio.

​Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori.

​Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande.

​A tutti voi, dal profondo del cuore: grazie.

​Grazie per avermi salvata, sorretta, pensata, custodita.

​Grazie per darmi la forza di guardare avanti, non indietro, e soprattutto il sogno di potercela fare ancora.

​Con commossa gratitudine.

Prof. Chiara Mocchi

Questa lettera è un manifesto di speranza incredibile. La docente ha voluto ringraziare, uno per uno, i tasselli di quella rete di salvataggio che l'ha strappata alla morte:
  • I colleghi: intervenuti con coraggio sovrumano, facendo da scudo fisico tra lei e l'aggressore.
  • I soccorritori e i medici: che hanno lottato contro il tempo, tra trasfusioni d'urgenza e interventi delicatissimi, trattandola "come una di famiglia".
  • Gli studenti: a cui dedica il pensiero più dolce, chiedendo loro di non lasciarsi vincere dalla paura nonostante abbiano visto scene che a tredici anni non si dovrebbero nemmeno immaginare.

​Una ferita che si fa ponte

​Il passaggio più alto della sua riflessione riguarda proprio l'autore del gesto. Chiara Mocchi non invoca vendetta. Guarda a quel ragazzo – e ai suoi genitori – con la consapevolezza di chi sa che dietro un simile atto si nasconde un abisso di confusione e sofferenza che spesso neanche chi lo vive sa spiegare. 

​"Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte verso una scuola più attenta e una comunità più unita."

​Il suo desiderio è uno solo: guarire per tornare in quella classe che sente come la sua vera casa. Nonostante tutto, il suo sogno rimane quello di insegnare, di stare accanto ai giovani nei loro passi più difficili, confermando che la vocazione di un vero educatore è più forte di qualsiasi lama.

​Un monito per il futuro

​Mentre le indagini proseguono per chiarire i contorni di questo dramma, resta l'eredità di queste parole. 

La risposta della Prof.ssa Mocchi è la miglior difesa contro la deriva violenta della società odierna: opporre all'odio l'empatia, e al buio della violenza la luce della cultura e dell'ascolto.

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