Non chiamatelo semplice passo indietro: l'addio del coordinatore empolese di Fratelli d’Italia è il risultato di una mobilitazione collettiva che dimostra quanto la partecipazione sia ancora l’unico antidoto alla deriva del dibattito pubblico.
Di Mancio
La notizia è di quelle che non cambiano la storia del Paese, trattandosi di un esponente locale della politica, ma la domenica mattina ha comunque regalato una boccata d’aria pulita: Isacco Cantini non è più il coordinatore di Fratelli d’Italia a Empoli.
Le sue dimissioni, arrivate dopo il post shock in cui invocava lo "sterminio dei comunisti", segnano un punto a favore della decenza.
Non è un regalo, è una conquista
C'è una distinzione fondamentale da fare: Cantini non se n'è andato per un improvviso afflato etico.
Se n'è andato perché la pressione dell'opinione pubblica, l'indignazione della rete e la fermezza di chi non è rimasto a guardare hanno reso la sua posizione insostenibile.
Dire "si è dimesso" è riduttivo; la verità è che lo abbiamo fatto dimettere.
Questo episodio è la prova tangibile che incazzarsi serve.
Di fronte ad abomini verbali pronunciati da chi riveste ruoli istituzionali o politici, protestare non è solo un diritto o un dovere morale: è uno strumento efficace.
La voce dei cittadini ha ancora il potere di imporre delle conseguenze.
Un'autocritica (assente) che lascia l'amaro in bocca
Se il fatto in sé è positivo, le modalità del congedo lasciano sbigottiti.
Cantini ha dichiarato di aver fatto un passo indietro perché si è reso conto di aver "messo in difficoltà il partito".
Analizziamo bene queste parole: non un briciolo di consapevolezza sulla gravità della violenza espressa, nessun reale pentimento per l’offesa rivolta a milioni di persone o alla memoria storica.
Il suo primo e unico pensiero è stato il danno d’immagine alla propria bandiera.
È la conferma di un vuoto totale: non è il contenuto della sparata a preoccuparlo, ma il contraccolpo elettorale.
Il problema è il metodo, non il singolo
La vicenda Cantini è la punta di un iceberg molto più profondo.
Il problema non è solo l’uscita infelice di un singolo esponente, ma una classe politica che ha elevato l’odio, l’insulto e la denigrazione dell’avversario a strategia comunicativa.
Quando l'avversario diventa un nemico da "sterminare", la politica muore e resta solo il populismo più becero.
Il potere della matita
Le dimissioni, per quanto sacrosante, non possono però essere il traguardo finale.
Rappresentano solo una riparazione momentanea a un danno culturale profondo.
La vera risposta non si dà sui social, ma nelle urne.
Saperla usare con consapevolezza è l'unico modo per distinguersi da certi personaggi e per non diventare complici di questo clima.
Chi non vota o sceglie con leggerezza, finisce per alimentare lo stesso sistema che oggi critichiamo. Usate quella matita, o sarete come loro.
E non è affatto un complimento.
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