Effetto Boomerang: Il "Referendum Giustizia" travolge i calcoli del Governo.
L'esecutivo tenta il blitz sulla data del voto, ma la risposta dei cittadini è immediata: firme record e ricorso al TAR. Ecco come una strategia elettorale si è trasformata in una mobilitazione di massa.
Di Mancio
Quello che doveva essere un percorso blindato si è trasformato, nel giro di 48 ore, in uno dei più grandi smacchi politici degli ultimi anni.
Il cuore della contesa è il Referendum sulla Giustizia, un tema delicatissimo su cui il Governo Meloni, con il Ministro Nordio in prima linea, ha tentato una mossa senza precedenti: fissare la data del voto (22 e 23 marzo) prima ancora che scadesse il termine di tre mesi garantito dalla Costituzione per la raccolta firme dei cittadini.
Una forzatura costituzionale mai vista
La risposta della piazza digitale
Tuttavia, il calcolo politico non aveva fatto i conti con la "resistenza" civile.
Non appena la notizia del blitz governativo e del conseguente ricorso al TAR è circolata, si è scatenata un'ondata di firme senza precedenti:
- Oltre 450.000 adesioni totalizzate in tempi record.
- Un picco incredibile di 140.000 firme raccolte in pochissime ore.
- Il traguardo delle 500.000 firme ormai a un passo.
Un segnale per Meloni e Nordio
Il tentativo di silenziare o accelerare i tempi si è rivelato un clamoroso boomerang per la maggioranza.
Quella che doveva essere una "furbata" procedurale ha risvegliato un'Italia che non si piega alle forzature, trasformando una contesa tecnica in una straordinaria prova di forza democratica.
La partita ora si sposta nelle aule del tribunale, ma con una legittimazione popolare che il Governo non può più ignorare.
Il ruolo del TAR
Il ricorso al TAR è fondamentale perché, se accolto, potrebbe invalidare il decreto di indizione del voto, costringendo il Governo a ricalibrare l'intero calendario elettorale e rispettando, finalmente, i tempi previsti per l'iniziativa popolare.


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