A quarantadue anni dal malore di Padova, il ricordo del segretario del PCI unisce generazioni di orfani della politica. Dal gesto fraterno di Pertini allo storico sorpasso elettorale, ecco perché la sua lezione etica è rimasta un unicum insuperabile.

di: Mancio
Ci sono eventi che si imprimono a fuoco nella memoria collettiva di una nazione, spartiacque storici che continuano a far male a distanza di decenni perché portano con sé il peso insostenibile del rimpianto.
Parlare di
Enrico Berlinguer significa toccare una di queste ferite aperte, testimonianza di una stagione politica che avrebbe potuto prendere una piega completamente diversa.
Il paragone con l'attuale classe dirigente è semplicemente impraticabile: l'abisso culturale, etico e umano è sotto gli occhi di tutti.
Il culmine di questa parabola umana e politica si consumò il 7 giugno 1984, sul palco di
piazza della Frutta a Padova, durante la campagna elettorale per le europee.
Le immagini di quella sera sono impresse nella storia della Repubblica.
Colpito da un
ictus devastante durante il discorso, Berlinguer non volle fermarsi.
Dal pubblico, i militanti terrorizzati urlavano: “Basta Enrico!”, “Scendi giù!”.
La folla applaudiva per sostenerlo, intonando il coro “Enrico! Enrico! Enrico!” nel disperato tentativo di proteggerlo da se stesso.
Più lo supplicavano di fermarsi, più lui cercava dentro di sé forze invisibili per portare a termine il suo dovere: la mano alla bocca a soffocare il malore, lo sguardo perso, i sorrisi accennati per rassicurare la piazza, il bicchiere d’acqua che non bastava a lenire il dolore, le dita che facevano tremare la montatura degli occhiali.
Berlinguer finì quel comizio, aggrappato al leggio. Subito dopo perse i sensi, entrando in un coma da cui non si sarebbe più risvegliato.
Morì quattro giorni dopo, l'11 giugno, all'ospedale Giustinianeo di Padova.
Provato dal dolore per quello che considerava un amico fraterno, un figlio e un compagno di infinite lotte, Pertini pronunciò parole che restano scolpite nella memoria:
"Lo porto con me.
Lo porto con me a Roma.
Lo porto via, come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta".
Il Presidente mantenne la promessa, trasportando la salma sul proprio aereo presidenziale.
Il 13 giugno, a Roma, due milioni di persone si riversarono in strada per i
funerali di Stato più imponenti della storia repubblicana, un oceano di lacrime e bandiere rosse che unì anche gli avversari politici (memorabile l'omaggio rispettoso di
Giorgio Almirante).
Per la prima e unica volta in 38 anni di storia repubblicana, il PCI operò il "sorpasso" storico sulla
Democrazia Cristiana, diventando il primo partito italiano con il 33,3% dei voti.
Un evento che non si sarebbe mai più ripetuto.
Oggi, a quarantadue anni da quel maledetto giugno, il vuoto lasciato da Berlinguer appare ancora più immenso.
In un panorama politico desolante, segnato dallo scadenziario etico e da tensioni geopolitiche globali opprimenti sia dentro che fuori i confini nazionali, la mancanza di una voce come la sua è totale.
Quella statura morale e quella "grande ambizione" – filologicamente e magistralmente ricostruita sul grande schermo dall'interpretazione di
Elio Germano – mettono a nudo i nostri fallimenti.
Siamo tutti orfani di Berlinguer: chi c'era e ha vissuto quei giorni, chi è nato dopo e non ha fatto in tempo a conoscerlo, e persino le generazioni future.
Tuttavia, l'eredità più pesante che ci ha lasciato non è la nostalgia, ma una responsabilità.
Se oggi assistiamo allo svilimento dei valori e all'assenza di veri punti di riferimento, dobbiamo anche interrogarci sulle nostre colpe per aver abbandonato quel rigore e quella spinta al cambiamento.
Berlinguer ha dimostrato fin dove possa spingersi la coerenza; spetta a noi, oggi, ritrovare la forza per ricostruire quei punti di riferimento che la storia ci ha sottratto.
Ma purtroppo fino ad ora abbiamo dimostrato che non ne siamo capaci.
#Manciopensiero
Commenti