Dal convegno di Polignano a Mare alla Fondazione Pascali, l'ex sindaco e consigliere molese propone una profonda analisi del pensiero di Moro come antidoto alla crisi della politica moderna e frammentata.

di: Mancio
L’eredità politica e intellettuale di
Aldo Moro non può e non deve rimanere schiacciata sotto il peso della sola memoria della tragedia di via Fani e del suo tragico epilogo.
È questo il fulcro della riflessione che
Giangrazio Di Rutigliano, già sindaco di Mola di Bari e attuale consigliere comunale, ha voluto condividere all'indomani dell'incontro "Aldo Moro e le nuove generazioni: educare al dialogo e alla democrazia", ospitato negli spazi della
Fondazione Pino Pascali a
Polignano a Mare.
L'evento, nato dalla sinergia tra l'Associazione "Giovanni Paolo II" APS e il Centro Culturale "u Castarìll", ha visto confrontarsi voci autorevoli come il
professor Michele Indellicato, ordinario di Filosofia Morale all'Università di Bari, e l'avvocato e studioso Eugenio Scagliusi, sotto la moderazione del giornalista Francesco Strippoli.
Di Rutigliano trasforma la cronaca di un incontro culturale in un manifesto politico e pedagogico per i nostri tempi, destrutturando il mito dello statista per restituirci la freschezza del suo pensiero.
"Quando si parla di Aldo Moro, il pensiero corre inevitabilmente ai cinquantacinque giorni del sequestro e a quella che è stata una delle pagine più drammatiche della storia della Repubblica italiana. Eppure, ridurre Moro a quei giorni significa privarsi della ricchezza umana, culturale e politica di una delle figure più alte del Novecento italiano. L'occasioni per questa riflessione è stata offerta dall'incontro promosso presso la Fondazione Pino Pascali di Polignano a Mare dall'Associazione 'Giovanni Paolo II' APS e dal Centro Culturale 'u Castarìll'."
Spesso la memoria collettiva cristallizza i grandi leader nel momento della loro fine, finendo per oscurarne l'opera di una vita.
Moro è stato il fine tessitore della strategia dell'attenzione, l'uomo che comprese la necessità di allargare le basi democratiche dello Stato prima ai socialisti e poi al Partito Comunista di Enrico Berlinguer (il cosiddetto "
compromesso storico"). Ridurlo alla prigionia nel covo di via Gradoli significa perdere la Genesi della nostra stessa intelaiatura democratica.
OLTRE LA TRAGEDIA
"Parlare di Moro oggi potrebbe apparire a qualcuno come un esercizio di memoria rivolto al passato.
In realtà accade il contrario.
Leggendo i suoi scritti e rileggendo i suoi discorsi si resta colpiti dalla capacità di interpretare questioni che continuano ad attraversare la nostra società: il rapporto tra persona e Stato, il valore della partecipazione democratica, il ruolo dei partiti, la funzione educativa della scuola e dell'università, l'importanza del dialogo e della mediazione.
Il professor Michele Indellicato ha efficacemente sintetizzato questo concetto affermando che 'Moro oggi è più attuale di ieri'. Una provocazione solo apparente. In un tempo segnato dalla semplificazione, dalle contrapposizioni permanenti, dalla crisi dei corpi intermedi e dalla crescente disaffezione verso la politica, il pensiero moroteo rappresenta una preziosa scuola di complessità, responsabilità e umanità."
L'attualità di Moro, come evidenziato dal professor Indellicato e rilanciato da Di Rutigliano, risiede nella sua capacità di abitare la complessità.
La politica contemporanea si nutre spesso di slogan bilaterali e dinamiche da social network, dove la complessità viene scambiata per debolezza.
Moro, al contrario, teorizzava le "
convergenze parallele", conscio che la democrazia reale non è lo schiacciamento della minoranza, ma il paziente sforzo di trovare sintesi superiori.
Di Rutigliano evidenzia come l'assenza dei "corpi intermedi" (partiti strutturati, sindacati, associazioni) abbia lasciato il cittadino solo dinanzi allo Stato, rendendo il pensiero di Moro un argine contro il populismo imperante.
IL VALORE DEL DIALOGO
"Moro non considerava il dialogo una semplice tecnica politica, ma una scelta etica e culturale. La sua capacità di 'accogliere l'altro dal proprio interno' non significava rinunciare alle proprie convinzioni, bensì riconoscere nell'altro una persona portatrice di dignità, idee e valori. Prima di parlare, Moro ascoltava. Prima di giudicare, cercava di comprendere. Oggi viviamo in una società nella quale si comunica molto ma ci si ascolta poco. I social network amplificano spesso le contrapposizioni e la politica sembra talvolta privilegiare la ricerca del consenso immediato rispetto alla costruzione paziente del confronto. Per questo la lezione di Moro appare sorprendentemente moderna: il dialogo non come compromesso al ribasso, ma come metodo per comprendere la complessità della realtà."
L'ascolto non era tatticismo, ma derivava direttamente dal personalismo cristiano (ispirato a pensatori come
Emmanuel Mounier e Jacques Maritain).
Di Rutigliano fa un parallelismo amaro ma lucido con la modernità: l'ecosistema digitale odierno crea "bolle di filtraggio" (echo chambers) in cui l'avversario viene demonizzato.
Per Moro, invece, la verità non era mai un possesso esclusivo di una parte. Il dialogo era un dovere epistemologico: per governare un Paese plurale come l'Italia, bisognava comprendere le ragioni profonde della DC, del PSI, del PCI e delle spinte sociali del '68.
EDUCARE LE NUOVE GENERAZIONI
"Da docente universitario e uomo di profonda cultura, Moro attribuiva un ruolo centrale alla scuola e all'università.
Non luoghi di trasmissione sterile del sapere, ma autentiche comunità educative e laboratori di umanità.
Riteneva che chi insegna dovesse saper scendere dalla cattedra, incontrare i giovani, comprenderne inquietudini e speranze.
Lo studio, per lui, era preparazione alla vita e alla storia.
Colpisce ancora oggi quella frase rivolta ai suoi studenti: 'Ci incontreremo per le vie del mondo'.
In quelle parole è racchiusa l'idea di una formazione che non termina con un esame o una laurea, ma continua nella responsabilità che ciascuno assume nella società.
In un tempo in cui molti giovani sembrano guardare con diffidenza alle istituzioni e alla partecipazione pubblica, questa visione educativa conserva una straordinaria forza.
Moro aveva compreso che non esiste democrazia senza educazione civica e non esiste futuro senza il involvement delle nuove generazioni."
Anche la mattina del suo rapimento, il 16 marzo 1978, Moro stava uscendo di casa per recarsi all'Università alla Sapienza di Roma, dove insegnava Istituzioni di Diritto e Procedura Penale.
Nonostante i gravosi impegni di governo, non abbandonò mai l'insegnamento.
La celebre frase "Ci incontreremo per le vie del mondo", pronunciata nell'ultima lezione prima del sequestro, rappresenta il suo testamento spirituale ai giovani.
Di Rutigliano coglie qui il nodo della crisi educativa attuale: la scuola e l'università rischiano oggi di essere ridotte a "formifici" per il mercato del lavoro.
La pedagogia di Moro esigeva invece la nascita del "cittadino", l'unico baluardo capace di salvare la democrazia dall'astensionismo e dal disimpegno.
FEDE, TESTIMONIANZA E COERENZA
"Non è possibile comprendere Aldo Moro senza comprendere la profondità della sua fede cattolica, maturata nell'esperienza dell'Azione Cattolica e vissuta con straordinaria coerenza.
Una fede tradotta in servizio, ascolto, responsabilità e testimonianza.
Per Moro, credere significava assumersi il compito di servire la persona e la comunità.
Forse è proprio questa coerenza tra pensiero, fede e azione che rende ancora oggi la sua figura così autorevole.
Moro non chiedeva agli altri ciò che non era disposto a vivere personalmente."
La cifra antropologica di Moro è la laicità della sua testimonianza cristiana.
Cresciuto nella FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) di cui fu anche presidente nazionale succedendo a Giulio Andreotti, Moro rifiutò sempre l'uso ideologico o strumentale della religione in politica.
La fede non era per lui un vessillo identitario da sventolare contro gli avversari, ma un severo codice di responsabilità personale.
Questa profonda etica del servizio lo portava a concepire il potere non come dominio, ma come "servitù", un concetto che l'analisi di Di Rutigliano evidenzia come cardine dell'autorevolezza morale dello statista.
LA POLITICA COME GENERATIVITÀ
"Un termine ricorrente negli scritti di Moro è 'fecondo'.
Un aggettivo apparentemente semplice ma ricco di significati.
Una politica capace di creare valore, costruire comunità e produrre risultati superiori alla semplice somma delle singole parti.
È una visione distante sia dall'individualismo sia dalla logica dello scontro permanente.
Una politica che unisce, costruisce e fa crescere. Una politica che lascia qualcosa dopo di sé.
Forse è proprio questo uno dei messaggi più attuali del pensiero moroteo: il vero successo della politica non consiste nel vincere una competizione, ma nel generare processi capaci di migliorare la vita delle persone e delle comunità."
Il concetto di "politica generativa" introdotto da Di Rutigliano traduce perfettamente l'ossessione morotea per lo "sviluppo democratico".
Moro sapeva che la democrazia non è uno stato statico, ma un processo continuo e fragile.
La politica deve fecondare la società, anticipando i mutamenti storici anziché subirli (i famosi "tempi nuovi" che avanzavano).
Vincere le elezioni, nella visione di Moro, era solo una precondizione tecnica; il vero fine era avviare dinamiche di inclusione sociale ed economica, un richiamo potente per gli amministratori locali di oggi, spesso schiacciati dalla burocrazia e dal consenso a breve termine.
PARTITI E DEMOCRAZIA
"Anche sul tema dei partiti il suo pensiero conserva una sorprendente modernità.
Moro denunciava già negli anni Sessanta i rischi della partitocrazia, ma non rinnegava il ruolo dei partiti.
Al contrario, ne riconosceva la funzione essenziale di mediazione tra cittadini e istituzioni.
La democrazia, a suo giudizio, non poteva fare a meno di quei luoghi nei quali le diverse sensibilità sociali e culturali si confrontano e trovano sintesi.
Una riflessione che conserva intatta la propria validità in una stagione storica caratterizzata dalla personalizzazione della politica e dall'indebolimento delle forme organizzate di partecipazione."
Negli anni del boom economico e dei primi governi di centro-sinistra, Moro intravide lucidamente le prime degenerazioni dei partiti di massa, che rischiavano di occupare lo Stato invece di servirlo.
Tuttavia, non cadde mai nell'errore dell'anti-politica o del giacobinismo digitale.
Sapeva che, senza i partiti intesi come palestre di formazione del pensiero collettivo, la democrazia si sarebbe trasformata in un'arena di destini personali e leaderistici.
L'attuale panorama, segnato da partiti "personali" o "liquidi", dimostra quanto la preveggenza morotea denunciata da Di Rutigliano fosse esatta.
LA CENTRALITÀ DELLA PERSONA
"Al centro di tutto vi era sempre la persona.
La persona prima delle ideologie, degli interessi e delle appartenenze.
La persona come fondamento del diritto, dello Stato e della convivenza civile.
Una visione che affonda le proprie radici nei valori della Costituzione repubblicana e in una concezione della politica intesa come servizio alla comunità. In fondo, tutta l'opera di Moro può essere letta come una continua ricerca di equilibrio tra libertà individuale, responsabilità sociale e dignità umana."
Ricordiamo che Moro fu uno dei membri più attivi dell'
Assemblea Costituente, lavorando in particolare nella Prima Sottocommissione (quella sui diritti e doveri dei cittadini).
Si deve a lui, insieme ad altri padri costituenti cattolici e di sinistra, l'impostazione dell'
articolo 2 della Costituzione, che riconosce i diritti inviolabili dell'uomo sia come singolo sia "nelle formazioni sociali".
Lo Stato non crea la persona, ma la riconosce e la serve.
Di Rutigliano rintraccia in questo primato ontologico l'essenza stessa dell'azione amministrativa e civile: le leggi e le riforme economiche falliscono se non hanno come unità di misura la dignità dell'essere umano.
UNA SEMINA CULTURALE NECESSARIA
"Forse è proprio questa la ragione per cui Aldo Moro continua a parlarci.
Non perché appartenga alla storia, ma perché appartiene alle domande del presente.
Come ricordato dal professor Indellicato, Moro continua a essere 'più attuale di ieri'.
E proprio per questo non basta ricordarlo nelle ricorrenze o nelle commemorazioni ufficiali.
Occorre studiarlo, discuterlo, farlo conoscere soprattutto ai giovani.
Le nostre comunità locali hanno bisogno di questa semina culturale.
Hanno bisogno di esempi credibili, di testimoni coerenti, di riflessioni capaci di andare oltre le polemiche del giorno.
Hanno bisogno di riscoprire il valore della persona, della mediazione e della politica intesa come costruzione paziente di relazioni e non come semplice ricerca del consenso.
Se vogliamo davvero onorare l'eredità di Aldo Moro, dobbiamo avere il coraggio di raccogliere e diffondere i semi del suo insegnamento nelle scuole, nelle associazioni, nelle istituzioni e nei luoghi della vita civile.
Perché i semi della buona politica e della buona educazione democratica producono frutti soltanto quando trovano comunità disposte a coltivarli.
Forse è proprio questo il compito che Aldo Moro affida ancora oggi alle nostre comunità: custodire la memoria non come rifugio nel passato, ma come un seme da coltivare, capace di generare futuro."
L'appello finale di Giangrazio Di Rutigliano si sposta dalla teoria alla prassi della politica locale.
L'ex sindaco di Mola di Bari individua nel territorio, nelle comunità cittadine (come Mola e Polignano), le "terrae fecundae" in cui rimettere in circolo il pensiero moroteo.
Non serve una sterile monumentalizzazione dello statista, servono amministratori, studenti e cittadini capaci di riscoprire l'arte della mediazione alta, l'onestà intellettuale del confronto e il coraggio delle scelte a lungo termine.
Solo trasformando la memoria storica in un cantiere di cittadinanza attiva si potrà dire di aver raccolto quel testimone caduto drammaticamente quarantotto anni fa in via Caetani.
La sfida, per le comunità della costa barese e per l'intero Paese, resta aperta.
E credo che l'analisi sia quanto mai appropriata e consona per fare in modo che ci possa essere un cambio di direzione verso quel viaggio che attualmente a preso il mondo.
#Manciopensiero
#MancioThoughts
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