Il Senato approva in via definitiva la norma sul consenso informato per l'educazione sessuo-affettiva. Esplode la protesta della società civile: quasi cento artisti firmano il manifesto di "Una Nessuna Centomila" contro l'oscurantismo culturale.

di: Mancio
La nuova norma introduce l'obbligo per le scuole di ottenere l'autorizzazione scritta preventiva dei genitori per qualsiasi attività legata all'
educazione sessuo-affettiva.
Una svolta che ha sollevato un'ondata di indignazione da parte di opposizioni, associazioni e del mondo della cultura, e direi anche delle persone normodotate che abbiano un minimo di decenza e di buon senso che vi leggono un pericoloso arretramento bigotto e oscurantista.
Il fronte politico e la "linea bizzoca" del Governo
Il dibattito che ha accompagnato il voto al Senato mette a nudo la strategia identitaria della destra italiana.
Per i partiti di maggioranza, fare leva su sentimenti tradizionalisti e strizzare l'occhio ad ambienti clericali o conservatori rappresenta un preciso calcolo elettorale, capitalizzato soprattutto presso le fasce d'età più mature e in specifici contesti confessionali "vecchio stampo".
Nonostante la retorica della "madre cristiana" che ha contraddistinto la comunicazione della
Presidente Giorgia Meloni, l'esecutivo ha impresso una torsione ideologica che molti osservatori ritengono essere andata ben oltre le aspettative.
Il Ministro dell'Istruzione e del Merito,
Giuseppe Valditara, ha rivendicato con forza il provvedimento:
"Con l'approvazione definitiva di oggi al Senato della legge sul Consenso informato tuteliamo i bambini dalla confusione della propaganda gender e ridiamo voce ai genitori sulle tematiche della identità di genere per i figli adolescenti minorenni. In questo applichiamo la Costituzione che attribuisce ai genitori il diritto di educare i figli. Ovviamente pretendiamo che certe teorie siano spiegate da medici, psicologi, professionisti seri".
Dietro lo sbandierato richiamo al diritto costituzionale della famiglia, la realtà del provvedimento esclude di fatto questi temi dalle scuole primarie e dell'infanzia, blindando l'accesso alla conoscenza proprio laddove si formano le prime basi relazionali.
Il paradosso educativo: chi ha più bisogno resta escluso
Il fulcro della critica al Ddl risiede in un paradosso sociale drammatico: la norma finirà per colpire i ragazzi più vulnerabili.
Chi cresce in contesti familiari sani e aperti riceverà comunque un'educazione emotiva e relazionale; chi invece vive in famiglie disfunzionali, abusanti o fortemente patriarcali – contesti in cui, come dimostrano purtroppo le cronache e i dati sui femminicidi, si annida la radice della violenza – sarà privato dell'unico spazio di emancipazione possibile.
I genitori che negano la necessità di questo percorso formativo saranno i primi a firmare il diniego, isolando i figli.
La scuola, da presidio democratico di parità e inclusione, rischia così di abdicare al suo ruolo di rimozione delle barriere culturali ed emotive, lasciando i minori sprovvisti degli strumenti minimi per riconoscere la tossicità di certe relazioni.
Educare all'affettività non significa indottrinare, ma insegnare il rispetto, il consenso e la gestione delle emozioni.
La rivolta della cultura: l'appello di "Una Nessuna Centomila"
Di fronte a quello che viene definito, nella migliore delle ipotesi, un "impoverimento culturale", il mondo dello spettacolo ha deciso di non rimanere a guardare. Quasi cento artisti, cantanti e intellettuali hanno sottoscritto un duro manifesto promosso dalla Fondazione "Una Nessuna Centomila".
Tra i firmatari spiccano nomi del calibro di Fiorella Mannoia, Piero Pelù, Anna Foglietta, Alessandro Gassman, Ermal Meta, Claudia Pandolfi, Brunori Sas, Edoardo Leo, Calcutta e Viola Ardone, ma ce ne sono tanti altri che non elenco per comodità.
Qui di seguito il testo integrale della lettera-appello indirizzata alla società civile:
Lettera aperta alla società civile
"Ieri abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della
violenza di genere: l’educazione sessuo-affettiva.
In Europa, l’Italia resta tra i pochi Paesi a non prevedere un percorso strutturato in questo ambito.
Dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) all’UNESCO, in collaborazione con le altre agenzie delle Nazioni Unite, fino alla
Convenzione di Istanbul, i richiami e le linee guida parlano chiaro: la
Comprehensive Sexuality Education mira a fornire a bambine, bambini e giovani conoscenze, abilità, atteggiamenti e valori che consentano loro di realizzare la propria salute, il proprio benessere e la propria dignità; sviluppare relazioni sociali e sessuali rispettose; comprendere come le proprie scelte influenzino il proprio benessere e quello degli altri; conoscere e proteggere i propri diritti per tutta la vita.
È un diritto, non una questione ideologica.
Significa offrire alle ragazze e ai ragazzi, fin dall’infanzia e in modo adeguato all’età, strumenti per comprendere sé stessi, rispettare gli altri e prevenire la violenza.
Le famiglie siamo anche noi, e chiediamo di essere accompagnati in questo percorso.
Ragazzi e ragazze hanno bisogno di confrontarsi con figure competenti, capaci di ascoltare ciò che spesso non riescono a condividere con i genitori. Per ragioni che conosciamo bene: imbarazzo, vergogna, paura.
Nel frattempo, sono cambiati i rapporti, le relazioni e le modalità di crescita.
I genitori non sono nativi digitali e faticano a comprendere pienamente il disagio che può nascere dalla dimensione online.
Senza un’educazione strutturata all’affettività e alla sessualità, il rischio è che le risposte vengano cercate esclusivamente sul web.
L’affetto e l’attenzione non bastano.
Questo provvedimento rappresenta un arretramento culturale. Mette in discussione anni di lavoro svolto da scuole, università, centri antiviolenza e associazioni per promuovere prevenzione, consapevolezza e rispetto.
Ostacolare il cambiamento culturale significa fare un passo indietro.
Significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti e privare le nuove generazioni di strumenti fondamentali per comprendere sé stesse, gli altri e il mondo in cui vivono.
La violenza di genere è un fenomeno culturale e non può essere affrontata esclusivamente all’interno delle nostre case.
Deve essere affrontata attraverso un percorso condiviso che coinvolga l’intera comunità educante. Università, centri antiviolenza e organizzazioni impegnate contro discriminazioni, bullismo e razzismo hanno sviluppato competenze preziose che troppo spesso vengono escluse dal dibattito pubblico, lasciando spazio a contrapposizioni ideologiche che poco hanno a che fare con la realtà.
I dati mostrano un aumento dell’accesso precoce alla pornografia online, delle malattie sessualmente trasmissibili tra adolescenti, degli episodi di violenza sessuale e delle forme di autolesionismo.
Nel nostro Paese, inoltre, la violenza domestica continua a essere, secondo i dati
Istat, la forma di violenza più diffusa.
Ai figli e alle figlie che assistono quotidianamente alla violenza esercitata contro le loro madri, quale risposta stiamo offrendo?
Davvero pensiamo che la soluzione possa essere il consenso informato?
Oppure siamo noi, come società, a doverci assumere la responsabilità di garantire loro il diritto a un’altra possibilità, a un altro racconto, a una storia diversa cui poter aspirare?
La forma non sempre coincide con la sostanza. Basterà il diniego di un genitore per impedire l’avvio di un progetto.
Per le scuole sarà difficile organizzare attività alternative e il clima di allarmismo rischia di generare ulteriore confusione.
Il rischio concreto è che molte scuole, per timore di conflitti o contestazioni, rinuncino del tutto ad affrontare questi temi.
Non saranno messi in discussione soltanto i percorsi di educazione sessuo-affettiva, ma anche le iniziative culturali dedicate al contrasto degli stereotipi di genere, alla prevenzione della discriminazione e alla costruzione di relazioni rispettose.
Il risultato sarà un progressivo impoverimento del dibattito educativo e culturale.
Si rischia di legittimare un’unica idea possibile di famiglia, di relazioni, di maschile e di femminile, limitando la possibilità di confrontarsi con la complessità del reale.
Siamo genitori, cittadine e cittadini consapevoli, ma siamo anche artisti e artiste che credono che il cambiamento culturale sia la chiave per prevenire e contrastare la violenza.
Non possiamo permettere che la paura vinca sul futuro delle nostre figlie e dei nostri figli.
Educare all'affettività e al rispetto è un atto di civiltà. Un diritto.
Come genitori, cittadini e artisti, continueremo a dare voce a chi non ne ha, a costruire spazi di ascolto e a volere una società in cui nessuna ragazza e nessun ragazzo si senta solo. Il cambiamento culturale è un cammino che si fa insieme, e noi non faremo un solo passo indietro."
Le conseguenze pratiche e l'allarmismo negli istituti
L'impatto del Ddl Valditara rischia di paralizzare l'autonomia scolastica.
I dirigenti e i docenti si troveranno a gestire enormi difficoltà burocratiche ed organizzative: predisporre attività alternative per gli studenti i cui genitori negheranno il consenso sarà complesso, se non impossibile, date le croniche carenze di organico della scuola italiana.
Il timore più grande è l'effetto deterrente: per evitare scontri con le famiglie più radicali e l'allarmismo diffuso dalla retorica ministeriale contro una fantomatica "ideologia gender", molti istituti sceglieranno semplicemente la via del silenzio, autocensurandosi.
A farne le spese saranno le nuove generazioni, private del diritto a una crescita emotiva sicura, consapevole e condivisa.
Complimenti ....
È che siete fascisti nell'animo ed ancorati ai principi, o presunti tali, di ..."quegli anni".
Ignoranti.
Trogloditi.
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