Tra sentenze di condanna per i centri in Albania e attacchi frontali alla magistratura: cronaca di una deriva istituzionale che calpesta i diritti umani e offende la memoria dei servitori dello Stato.
di: Mancio
L’ambizioso, quanto discusso, "modello Albania" del governo Meloni incassa l’ennesimo colpo durissimo, questa volta direttamente dall’aula di un tribunale.
Il Tribunale di Roma non solo ha accolto il ricorso di un migrante algerino di 50 anni, trasferito forzatamente nel centro di Gjader, ma ha condannato il Ministero dell’Interno guidato da Matteo Piantedosi a risarcire l’uomo con 700 euro per il mese di detenzione illegittima.
Il volto umano del fallimento burocratico
Dietro i numeri e i decreti, c’è la storia di un uomo che vive in Italia da 19 anni, ha una compagna italiana ed è padre di due figli.
Nonostante le radici nel nostro Paese, è stato deportato oltre Adriatico, scoprendo la sua destinazione solo 48 ore dopo l’arrivo.
La sentenza non è solo una batosta economica per lo Stato — che dovrà attingere a soldi pubblici per riparare al danno — ma rappresenta la certificazione giuridica di un sistema che calpesta i
diritti umani fondamentali in nome della propaganda. Un’operazione che, tra costi di gestione e rimborsi legali, sta diventando un emorragia finanziaria per i contribuenti.
Il linguaggio del potere: tra "Mafia" e revisionismo
Mentre il fronte migratorio vacilla, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha aperto un altro fronte caldissimo, utilizzando un linguaggio che ha scosso le fondamenta della magistratura.
Definire il sistema delle
nomine dei magistrati come
"para-mafioso" è un azzardo terminologico che non può passare inosservato.
In un Paese che ha pagato un tributo di sangue altissimo nella lotta alla criminalità organizzata, l'uso di certi epiteti appare come un insulto alla memoria di chi quel sistema lo ha combattuto davvero.
Il pensiero corre inevitabilmente a figure come:
Accusare l'ordine giudiziario di atteggiamenti mafiosi, mentre lo Stato stesso viene criticato per metodi di detenzione discutibili, crea un paradosso comunicativo dove l'ignoranza sembra fondersi con la strategia elettorale.
La replica della storia: Nordio e le Brigate Rosse
Non è tutto.
Il Ministro Nordio ha recentemente tentato un parallelismo storico, accusando la sinistra degli anni '70 di essere stata "indulgente" con le
Brigate Rosse. Una ricostruzione che è stata prontamente smontata da intellettuali e testimoni dell'epoca, come
Corrado Augias.
Durante la trasmissione
"In Altre Parole", Augias ha ristabilito la verità storica: all'epoca, la stragrande maggioranza della politica e della stampa (inclusa
Repubblica) scelse la linea della fermezza totale.
Le BR erano considerate assassini senza alcuna legittimità politica.
Il tentativo di riscrivere il passato per colpire gli avversari di oggi appare, dunque, come un esercizio di stile tanto maldestro quanto pericoloso.
Conclusione: Un bivio etico
La situazione attuale delinea un quadro di imbarbarimento civile.
Da un lato, la gestione dei migranti che sconfina nell'illegalità; dall'altro, un attacco frontale ai magistrati che mina la dignità delle istituzioni. Difendere l'
autonomia della magistratura e il rispetto dei diritti umani non è una scelta di parte, ma un atto di difesa della
democrazia stessa.
Se al governo servirebbero persone giuste e oneste, oggi ci troviamo invece a commentare "stronzate" e procedure che molti non esitano a definire di stampo autoritario, mafioso e fascista.
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