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L'aula deserta della memoria: l'assenza della maggioranza per Matteotti svela il volto di una destra mai dissociata dal fascismo - che vergogna, poveracci.



Dalla denuncia dell'affare Sinclair al discorso del 3 gennaio 1925: perché il vuoto istituzionale attorno allo scranno del deputato socialista dimostra che, dietro il maquillage democratico, il ceppo ideologico della destra di governo resta incompatibile con la Costituzione antifascista


di: Mancio 

La memoria di Giacomo Matteotti non è un semplice capitolo polveroso dei libri di scuola; è l'atto di nascita ideale della nostra Repubblica, un fulcro storico che nessuna istituzione può permettersi di ignorare. Proprio per questo, la decisione di tributargli un omaggio solenne all'interno delle sedi istituzionali — attraverso lo scoprimento di una targa commemorativa posizionata esattamente sul seggio parlamentare che il deputato occupava prima di essere strappato alla vita — rappresentava un atto doveroso, oltre che nobile. 

​Eppure, quel momento di autentica celebrazione ha finito per trasformarsi in una confessione a cielo aperto. 
Di fronte al ricordo di chi combatté il fascismo fin dai suoi primi vagiti, una parte del Parlamento è rimasta deserta. 
L'assenza in blocco della maggioranza di governo alla cerimonia non è un dettaglio trascurabile, ma un segnale eloquente e deliberato, di cui bisogna essere serenamente e seriamente consapevoli.

​Con buona pace di chi, con inguaribile buonismo, continua a invocare pacificazioni artificiali o improponibili equiparazioni storiche, cosa che non potrà essere mai possibile, per ovvie ragioni che "sfuggono" solo ai mentecatti, quegli scranni vuoti parlano da soli. 

Sono la risposta più chiara di chi non si è mai davvero dissociato da quella storia. 
È il silenzio coerente di chi, nel privato o nel pubblico, accarezza ancora i busti di Mussolini, commemora i protagonisti delle scellerate leggi razziali o celebra chi si distinse come fucilatore di giovani italiani. 
Questa destra non ha e non può avere nulla da dire sul sacrificio di Matteotti. 
Al contrario, ne condivide il percorso ideologico originario, pur facendosi scudo oggi di quel medesimo regime democratico che i loro predecessori distrussero. 

Forse, dopotutto, la loro assenza è stata un bene: ha evitato che la presenza di chi flirta con la dittatura lordasse il ricordo di un martire della libertà.
Per comprendere a fondo il baratro politico e culturale che separa la Repubblica da questa maggioranza, è necessario ricostruire per sommi capi chi fu Giacomo Matteotti e quali verità ne determinarono l'assassinio. 
Visto che tra propaganda a senso unico e revisionismo storico nell'era della presunta informazione e scolarizzazione mi sa tanto che l'ignoranza è diventata dilagante a 360° figuriamoci per questi fantocci che cercano di rifarsi una faccia con due stronzate "accucchiate sui social o con false e pilotate interviste Senza un "contraddittorio" decente 

​Il segretario del Partito Socialista Unitario fu fatto rapire e uccidere da Benito Mussolini (madonna che schifo dover scrivere sto nome) per un motivo preciso: fermare una catena incessante e documentata di denunce sul malaffare del regime. 
Matteotti aveva infatti scoperto e ricostruito i dettagli del cosiddetto "affare petrolio", un gigantesco caso di corruzione legato all'accordo tra il governo fascista e la compagnia americana Sinclair Oil
Il deputato era pronto a presentare alla Camera documenti esplosivi che provavano il pagamento di tangenti a esponenti di spicco del regime e persino a membri della cerchia familiare dello stesso Mussolini, in cambio del monopolio per l'estrazione petrolifera in Italia.
A questo si aggiungeva il piano strettamente politico: il 30 maggio 1924, Matteotti aveva pronunciato alla Camera un discorso storico e durissimo, denunciando i brogli elettorali, le violenze sistematiche e le intimidazioni che avevano viziato le elezioni generali di aprile. 
Svelando la finzione democratica delle urne fasciste e minacciando di far saltare i tentativi di Mussolini di tessere accordi con i socialisti moderati per consolidare il proprio potere, Matteotti era diventato l'ostacolo principale alla stabilità del regime. 

Il 10 giugno 1924, a Roma, una squadra squadrista nota come "Ceka" — guidata dal sicario Amerigo Dumini — lo rapì sul lungotevere Arnaldo da Brescia e lo assassinò a coltellate all'interno di un'auto, seppellendone il corpo nella macchia della Quartarella.

​L'assassinio provocò una crisi profonda. 
Le opposizioni, per protesta, scelsero la via della "secessione dell'Aventino", abbandonando i lavori parlamentari nella speranza che il Re Vittorio Emanuele III intervenisse per sfiduciare Mussolini. Ma l'inerzia della monarchia permise al capo del fascismo di riorganizzarsi. 
Il 3 gennaio 1925, con un discorso alla Camera rimasto famigerato, Mussolini si assunse pubblicamente e provocatoriamente la responsabilità politica, morale e storica di quanto accaduto, sfidando l'aula a incriminarlo. 
Quello snodo segnò la fine dello Stato liberale e l'inizio ufficiale della dittatura a pieno regime.
Nel giro di due anni, tra il 1925 e il 1926, il regime varò le cosiddette "leggi fascistissime", azzerando ogni spazio di libertà. 
Furono sciolti tutti i partiti d'opposizione e le associazioni libere; la libertà di stampa fu cancellata e i giornali non allineati vennero sequestrati o chiusi; fu istituito il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato e reintrodotto il confino di polizia e il carcere per i dissidenti. 
Il dibattito parlamentare venne svuotato di ogni valore: la Camera divenne un alveo di ratifica e il potere legislativo passò interamente nelle mani dell'esecutivo tramite l'uso sistematico della decretazione d'urgenza.
Leggere oggi l'assenza della destra di governo alla scopertura di quella targa significa riconoscere che, nonostante la caduta della dittatura, la Liberazione e la nascita di una Costituzione Repubblicana figlia della Resistenza, la democrazia per questa parte politica resta solo un feticcio esteriore. 
Il loro è un puro maquillage. 
Lo dimostrano i fatti quotidiani: il tentativo costante di condizionare l'informazione e la stampa, il ricorso sistematico e patologico ai decreti legge per scavalcare il Parlamento e la volontà di piegare e condizionare l'autonomia della magistratura. 
Sono le prove generali, i riflessi condizionati di un regime che riaffiora.
È del tutto inutile cercare scuse o giustificazioni formali. 
Davanti a gesti simili crolla ogni retorica buonista. 
Se la maggioranza decide di disertare il ricordo del primo vero grande oppositore del fascismo, è perché la radice identitaria è rimasta immutata; il ceppo politico è quello e la mentalità che ne deriva è geneticamente compromessa. 
C'è una profonda e intollerabile ipocrisia, mista a ignoranza della storia, in chi giura fedeltà formale su una Costituzione rigidamente antifascista e poi, nei fatti e nei comportamenti istituzionali, dimostra di non aver mai rinnegato le proprie origini totalitarie.

Il resto... Sò chiacchiere...

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