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Il ritorno dell'onere della prova sulla vittima: il "passo indietro" del Senato sulla violenza di genere



​Un solo termine cambia il volto del Ddl: dal "consenso esplicito" al "dissenso espresso". La denuncia delle opposizioni contro il dietrofront della maggioranza.

di Mancio

Quella che sembrava essere una conquista civile unanime, frutto del clima di commozione e urgenza seguito ai tragici fatti di cronaca degli scorsi mesi, si è trasformata in poche ore in quello che molti definiscono un pericoloso salto nel passato. 

In Commissione Giustizia al Senato, la presidente Giulia Bongiorno (Lega) ha guidato una riformulazione del testo sulla violenza di genere che ribalta completamente la prospettiva giuridica: l'asse della legge si è spostato dal concetto di "consenso" a quello di "dissenso".

​Una parola che cambia tutto: la trappola del "No"

​Il testo approvato inizialmente prevedeva che ogni atto sessuale privo di un consenso "libero, informato e attuale" fosse da considerarsi violenza. 
Con la nuova modifica, invece, l'attenzione torna sulla manifestazione del dissenso da parte della vittima.
Cosa comporta questo tecnicamente? 
Come sottolineato duramente da Ilaria Cucchi — attivista, senatrice di Sinistra Italiana e volto simbolo della lotta per i diritti civili dopo la tragica vicenda del fratello Stefano — questa modifica carica nuovamente sulla vittima l’onere di dimostrare la propria opposizione. 

​“Per la destra, chi subisce violenza deve spiegare perché non ha reagito o perché il suo ‘no’ non è stato abbastanza forte”, ha dichiarato Cucchi, evidenziando come la legge rischi ora di offrire alibi agli aggressori piuttosto che tutele a chi subisce l'abuso.

​L'ironia di un governo a guida femminile

​L'indignazione nasce anche dal contesto politico. 
A metterci la firma è stata una ministra donna in un esecutivo guidato dalla prima donna Presidente del Consiglio nella storia d'Italia. 
Per le opposizioni e per molti osservatori, si tratta di un voltafaccia clamoroso: in soli due mesi la maggioranza avrebbe smantellato l'unico provvedimento realmente avanzato e condiviso degli ultimi tre anni.

​Il contesto: Gli standard internazionali (Convenzione di Istanbul)

​Per inquadrare la gravità della questione, è necessario ricordare che il Consiglio d'Europa, attraverso la Convenzione di Istanbul (ratificata dall'Italia), chiede esplicitamente agli Stati membri di definire lo stupro come un atto basato sulla mancanza di consenso, e non sulla prova della violenza fisica o della resistenza della vittima.

  • Modello basato sul consenso: "Solo sì significa sì". È la vittima a dover essere d'accordo.
  • Modello basato sul dissenso (quello tornato in Senato): "Se non dici no, è sì". Una visione che ignora fenomeni psicologici come il freezing (la paralisi da terrore) che impedisce a molte vittime di reagire o parlare.

​Una promessa infranta

​Ciò che resta di questa seduta in Senato è il senso di una promessa tradita. 

Se a novembre il Parlamento sembrava unito nel voler cambiare rotta, oggi la destra sembra aver fatto retromarcia, riportando le lancette dell'orologio indietro di decenni. 

Invece di sollevare la donna dal peso di doversi giustificare, il nuovo testo rischia di colpevolizzarla un'altra volta, rendendo le aule di tribunale luoghi dove, ancora una volta, si valuterà "quanto" la vittima abbia provato a dire di no.

#Manciopensiero conclusivo

​È sconcertante vedere come la certezza del diritto possa oscillare così tanto su una singola parola. 

Ma è sconcertante anche questo governo anche sulle cose più ovvie.

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